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:: 23.11.2011 - LO SPORT GARANTISCE GIA' IL DIRITTO DI CITTADINANZA ::

"Una follia negare la cittadinanza ai figli d'immigrati fin dalla nascita". Così il capo dello Stato Giorgio Napolitano ieri al Quirinale, durante l'incontro con le chiese evangeliche. E mentre il mondo della politica si confronta e si divide, il mondo dello sport plaude. Perché lo sport come diritto di cittadinanza è un principio da tempo garantito. Dalla Uisp in primis.

Il commento di Chiara Stinghi, responsabile nazionale del Settore integrazione e multiculturalità Uisp: “Ai nostri soci non abbiamo mai chiesto la cittadinanza italiana. La cittadinanza è una di quelle voci del tutto assente nella griglia che un nostro socio deve compilare per tesserarsi. Siamo contenti che la massima autorità dello Stato si sia dichiarato a favore di un cambio di visione. E’ un segnale importante non solo dal punto di vista culturale ma anche legislativo. Rispetto al contesto in cui viviamo, quella sulla cittadinanza è una legge basata su un modello di società ormai vecchio. Altri Paesi hanno iniziato ad interrogarsi prima. I modelli anglosassoni e americani ad esempio, hanno basato il diritto di cittadinanza proprio sul principio del ruolo. Non possiamo che condividere, quindi, quanto detto da Napolitano. Per noi della Uisp, non cambierebbe assolutamente nulla. Potrebbe però cambiare qualcosa per la maggior parte delle federazioni che, invece, hanno delle norme diverse, distinte, per gli italiani e i non italiani”.

Un esempio che testimonia l’impegno della Uisp nel garantire il diritto di cittadinanza agli stranieri attraverso la pratica sportiva è "Diritti in campo", il nuovo progetto nazionale contro le discriminazioni che ha l’obiettivo di mettere in fuorigioco i problemi economici e le barriere linguistiche e culturali che limitano l’accesso dei migranti allo sport. Il fischio d’inizio è già stato dato. E i progetti esecutivi dei comitati coinvolti in tutta Italia, raccolti.

“Abbiamo deciso di puntare sulle seconde generazioni - annuncia Chiara Stinghi - perché crediamo abbiano un valore strategico per la valorizzazione di entrambe le culture, quella d’origine e quella italiana”.

Abbiamo voluto coinvolgere nella discussione anche Mauro Valeri, sociologo autore del libro Black italians (Palombi Editori, 2006): "Il dato importante è che ci sia stata una presa di posizione da parte del Presidente - afferma Valeri - su un tema molto delicato anche per lo sport, perchè in Italia c’è al momento un’anomalia rispetto agli altri paesi europei. In Europa chi nasce sul territorio acquisisce la cittadinanza automaticamente, da noi l’acquisizione funziona in base all’ascendenza, bisogna avere almeno un genitore italiano, o un nonno per gli oriundi. Tutte le volte che le federazioni internazionali varano un regolamento prevedendo quote limitative per gli stranieri, si traduce in Italia in politiche discriminatorie verso i ragazzi nati qui ma non cittadini. Si tratta di una vera discriminazione istituzionale, voluta dalle federazioni che applicano le regole in maniera poco razionale, applicando norme internazionali che hanno del concetto di straniero un’interpretazione diversa".

"Questo stato di cose crea due mondi - continua il sociologo - quello del dilettantismo e delle associazioni come l’Uisp, che permettono a tutti di giocare senza distinzione, vivono anzi in maniera piena lo sport come integrazione. Invece l’atro mondo è quello del professionismo, dove le limitazioni impediscono ai figli di migranti di fare carriera sportiva, se non in casi molto rari. Ne abbiamo un esempio sfogliando gli almanacchi del calcio delle serie A e B, dove troviamo pochissimi figli di migranti, mentre ce ne sarebbero molti nel settore giovanile: dopo una certa età scattano delle forme di discriminazione per cui si restringe per loro la possibilità di fare attività professionale. C’è un mondo molto chiuso che risponde a logiche politiche ed economiche, che vuole limitare la concorrenza, ad esempio legato al sistema dei procuratori". "In tempi di Olimpiadi - conclude Mauro Valeri - riemerge il tema dei talenti nati in Italia che non riescono ad avere la cittadinanza, diventando quindi un problema dell’Italia sportiva. In Italia ci sono circa 600/700mila bambini figli di immigrati che, grazie alla riforma Gelmini, sono iscritti come italiani alle scuole, lasciando lo sport indietro rispetto alla società reale. In questo modo si perde il ruolo di stimolo al cambiamento che era proprio dello sport".

Laura Bonasera





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